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Lunedì, 31 Agosto 2026 23:19

La chiamata - meditazione di mons. Marco Pastraro

Vorrei ora cercare di ritornare all’inizio della nostra chiamata, per riscoprire quali sono le caratteristiche a cui Gesù guarda per scegliere i suoi pastori e, infondo chiederci, se e come ci stiamo nel gruppo dei pastori del Signore.

Mc 3,13-19 CHIAMATA del MONTE

13Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. 14Ne costituì Dodici - che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare 15con il potere di scacciare i demòni. 16Costituì, dunque, i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, 17poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè "figli del tuono"; 18e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo 19e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.

 

Nel testo Gesù che è al centro di tutta la scena, e nello sfondo vi è una immensa moltitudine di bisognosi, un popolo che accorre a Gesù perché ha fame e sete della sua Parola, della sua persona della salvezza che solo Lui può dare. Questa umanità dolorante, che preme su Gesù con tutte le sue miserie, proviene da ogni parte non soltanto dalla Galilea e dalla Giudea. È una grande scena in cui vediamo l'umanità che converge verso Gesù che parla.

In questo scenario Gesù sale sul Monte. Generalmente nell'Antico Testamento salire sul monte significa ricercare la solitudine separandosi dal resto del popolo per vivere uno speciale momento di preghiera. Qui invece l’accezione del salire sul monte è diversa: Gesù è presso il lago e vicino al lago ci sono delle piccole alture, delle colline. Egli lentamente va verso una di essa mentre la gente lo segue, poi, da quella posizione elevata comincia a gridare e a chiamare per nome delle persone. Cioè dalla massa di persone che lo seguono, Gesù sovrastandola, chiama misteriosamente e solennemente alcuni per essere suoi discepoli.

Gesù non sceglie i suoi nella solitudine; gli sceglie nel pieno della sua attività, tra la folla che cerca aiuto presso di lui. Sembra quasi che tutto questo accada perché Gesù, abbracciando la folla, voglia provvedere meglio alle sue necessità chiamando i dodici.

Salito sul monte Gesù: “chiama a sé quelli che voleva”  Egli Chiama: Lo immaginiamo in mezzo alla folla dove grida scandendo i 12 nomi. Il verbo greco che Marco utilizza (proskaléitai) esprime anzitutto un senso di subordinazione: è il superiore che chiama a rapporto presso di sé un inferiore. Probabilmente vi è anche l’idea di preferenza: uno speciale rapporto con Gesù che è insito in questo suo chiamare i dodici.

La preferenza è comunque chiarissima nel versetto seguente: “chiamò a sé quelli che voleva”

Questo “voleva” esprime non tanto l'idea di “quelli che a lui piacevano” o di “quelli che gli erano venuti in mente” ma piuttosto l'idea del verbo ebraico di “quelli che lui aveva in cuore”. Gesù, quindi, chiama quelli che vuole cioè coloro che ha in cuore, che ha prediletto. Non c'è nessuna qualità, nessuna bellezza o attrattiva da parte di chi è chiamato, ma è Lui che li ha in cuore e li sceglie. È questo suo amore, è l’intensità del suo affetto, il movente delle sue azioni, ciò che lo spinge a chiamare i 12.

Siamo chiamati perché amati. Origine di ogni elezione è il suo amore gratuito. “7Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, 8ma perché il Signore vi ama” ed è fedele al suo amore (Dt 7,7-8)

Una volta chiamati i 12 rispondono. Dice il brano: “andarono presso di lui”. Non dice che gli vanno dietro, né che lo seguono. Vanno presso di Lui, intorno a Lui, nella ricerca di una intimità con Lui.

Marco non vuole indicare tanto un atteggiamento interiore, ma proprio vuole sottolineare un movimento fisico: gli apostoli lasciano la loro posizione in mezzo alla gente per mettersi strettamente dalla parte di Gesù, insieme con Lui, vanno vicini a Gesù, si mettono nella situazione in cui Gesù si trova.

A questo punto Gesù, di coloro che ha chiamato perché aveva nel cuore: “Ne costituì Dodici - che chiamò apostoli” Dodici, quasi che con essi voglia ricreare un popolo nuovo. Apostoli perché mandati, inviati. Questo popolo nuovo è inviato a tutti gli altri popoli non per conquistarli o per far proselitismo, ma per invitarli a fare esperienza con loro dell’amore di Dio. Non c’è infatti gioia e festa fino a che l’ultimo dei fratelli non sieda a mensa con tutti gli altri. Quale la finalità di questo farne dodici? “perché stessero con lui e per mandarli a predicare 15con il potere di scacciare i demòni.” Stare con Lui: è la prima motivazione, quella più importante. Anzitutto stare con Lui fisicamente, accompagnandolo. Non come persone che aderiscono intellettualmente ad una visione di vita, ad una sapienza o una dottrina, ma persone che stanno fisicamente con Lui. (Stare con Lui: la nostra preghiera è fatta di tempo in cui scegliamo di stare con Lui, lì, seduti al suo fianco, donandogli la nostra libertà, o è una preghiera fatta più di pensiero a Lui, di lettura di cose che parlano di Lui…) Questa presenza poi ha anche un’accezione di stabilità: “affinché stessero stabilmente con Lui”.

Dallo stare con Lui deriva poi il secondo verbo: mandarli a predicare. Da notare che non viene detto “stare con Lui e predicare” ma è affermato che è Gesù che li manda a predicare, l’iniziativa è sua, non degli apostoli. I dodici stanno con Gesù perché devono testimoniarlo. Non sono con Lui perché devono essere istruiti e poi mandati a ripetere, ma perché lo conoscano intimamente, facciano esperienza profonda di Lui e poi lo testimonino.

Infine, dallo stare con Lui scaturisce anche il “potere di scacciare i demòni”, Gesù cioè associa i suoi alla sua opera contro il male. Personalmente mi piace pensare che questo potere comporti non tanto il potere dell’esorcismo, quanto la responsabilità a combattere il male che opprime il mondo, che schiaccia i poveri, in una parola l’impegno a costruire un mondo migliore di pace e giustizia.

Interessante e necessario è ora percorrere l’elenco dei dodici che Gesù ha scelto. Chiederci in modo molto concreto chi sono questi dodici che “Gesù aveva nel cuore”, che amava con affetto particolare fino a sceglierli come i suoi più stretti collaboratori, come coloro che ricreano il popolo dei salvati. Vediamo che si tratta di gente comune, senza particolari qualifiche se non negative. Non risulta che ha chiamato persone pie (farisei), o con cariche religiose (sacerdoti), o esperte in sacra scrittura (scribi) o potenti (anziani).

Prendiamone solo alcuni: Simone detto Pietro: farà l’esperienza della sua debolezza e infedeltà rinnegando il Signore nell’ora della sua passione. Giacomo e Giovanni, chiamati i “Boanerghes”, cioè figli del tuono, per il loro carattere intransigente e orgoglioso. Andrea che se è vero che ha chiamato suo fratello Pietro a conoscere il Signore è anche vero che nell’episodio della moltiplicazione vorrebbe mandare via il ragazzo che mette a disposizione i 5 pani e i 2 pesci. Filippo, che ad un certo punto, quasi non avesse compreso nulla chiede a Gesù di mostrargli il Padre. Matteo, era un pubblicano e quindi ladro. Simone il Cananeo, cioè uno zelota, appartenente al gruppo di lotta armata contro i romani. Infine, Giuda Iscariota, che oltre a rubare i soldi della cassa comune, tradirà Gesù.

Tra l'altro, come poteva convivere un gabelliere per conto dei romani, con un onesto pescatore, che doveva pagargli le tasse, o addirittura con uno zelota? La formazione che Gesù mette in campo è realmente divina, perché nessun uomo di buon senso l’avrebbe fatta. Infatti “Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono”. (1Cor 1,28).

In questo quadretto di famiglia di coloro che Gesù ha scelto perché ama, come vedete, ci stiamo bene tutti noi, non c’è nessuno che guardando ai suoi limiti, alle sue debolezze e peccati possa rivendicare di non poterne fare parte.

Su questa stessa linea vorrei riprendere brevemente Gv 21,15-19, che aggiunge un ulteriore elemento a quanto appena detto circa la mediocrità se non addirittura indegnità dei dodici scelti da Gesù.

15Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pasci i miei agnelli". 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pascola le mie pecore". 17Gli disse per la terza volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?". Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: "Mi vuoi bene?", e gli disse: "Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene". Gli rispose Gesù: "Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi". 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: "Seguimi".
A commento di questo brano riprendo testualmente la Catechesi di Papa Benedetto XVI del 24 maggio 2006

La generosità irruente di Pietro non lo salvaguarda, tuttavia, dai rischi connessi con l’umana debolezza. È quanto, del resto, anche noi possiamo riconoscere sulla base della nostra vita. Pietro ha seguito Gesù con slancio, ha superato la prova della fede, abbandonandosi a Lui. Viene tuttavia il momento in cui anche lui cede alla paura e cade: tradisce il Maestro (cfr Mc 14,66-72). La scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà. Anche Pietro deve imparare a essere debole e bisognoso di perdono. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione.

In un mattino di primavera questa missione gli sarà affidata da Gesù risorto. L’incontro avverrà sulle sponde del lago di Tiberiade. È l’evangelista Giovanni a riferirci il dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù e Pietro. Vi si rileva un gioco di verbi molto significativo. In greco il verbo “filéo” esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo “agapáo” significa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato. Gesù domanda a Pietro la prima volta: «Simone... mi ami tu (agapâs-me)” con questo amore totale e incondizionato (cfr Gv 21,15)? Prima dell’esperienza del tradimento l’Apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo (agapô-se) incondizionatamente”. Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: “Signore, ti voglio bene (filô-se)”, cioè “ti amo del mio povero amore umano”. Il Cristo insiste: “Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?”. E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: “Kyrie, filô-se”, “Signore, ti voglio bene come so voler bene”. Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: “Fileîs-me?”, “mi vuoi bene?”. Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filô-se)”. Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù! È proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Da qui nasce la fiducia che lo rende capace della sequela fino alla fine: «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”» (Gv 21,19).

Da quel giorno Pietro ha “seguito” il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità, ma questa consapevolezza non l’ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sé del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d’amore. E mostra così anche a noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo, con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta. È stato per Pietro un lungo cammino che lo ha reso un testimone affidabile, “pietra” della Chiesa, perché costantemente aperto all’azione dello Spirito di Gesù.

Gesù non ha bisogno di pastori perfetti, ci prende così come siamo, perfino nella nostra limitatezza nella capacità di amarlo e di amare.

Però ci prende per stare con Lui, per fare esperienza intima e profonda del suo amore, dell’amore infinito e incondizionato di Dio.

Proprio a partire da questa esperienza, al di là dei nostri limiti e peccati, è possibile portare avanti il nostro ministero di pastori, pascere le pecore che il Signore ci ha affidato.

Così Papa Leone nel suo discorso di insediamento:

“Quando Gesù chiede a Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?» (Gv 21,16), si riferisce dunque all’amore del Padre. È come se Gesù gli dicesse: solo se hai conosciuto e sperimentato questo amore di Dio, che non viene mai meno, potrai pascere i miei agnelli; solo nell’amore di Dio Padre potrai amare i tuoi fratelli con un “di più”, cioè offrendo la vita per i tuoi fratelli.

A Pietro, dunque, è affidato il compito di “amare di più” e di donare la sua vita per il gregge.”

CLERICALISMO

Una questione dai risvolti molto concreti riguardo alla vocazione è dove il chiamato pensa di doversi collocare rispetto al mondo, rispetto agli altri, o, dove si ritiene che la Chiesa debba stare rispetto alla realtà del mondo. Con parole più semplici vorrei porre qui la questione del clericalismo. Il clericalismo spinge a ritenersi rivestiti di un potere divino che fa sì che la persona sia separata dal resto del mondo, rendendola sacra e per questo non avvicinabile, facendole così credere di essere detentrice della verità, di possedere tutte le risposte. Il clericale ritiene di non avere quindi bisogno dell’aiuto e del consiglio degli altri, soprattutto di coloro che sono “meno” di lui o di lei. Essere separati e sentirsi superiori, queste in sintesi le due convinzioni che animano una persona clericale.

“La parola clericalismo evoca tanti atteggiamenti distorti: si fa pesare il proprio ruolo (di parroco, direttore, educatore, ecc.), rifugiandosi in esso e senza sentirlo più come espressione di servizio; si assumono attitudini unilaterali, difensive, senza lasciarsi più raggiungere dagli altri; si diventa via via insensibili agli altri, sempre più indifferenti. Questa insensibilità è coperta da irrigidimenti dottrinali, liturgici, giuridici formali o morali. Si diventa incapaci di vero ascolto e accompagnamento e ci si rifugia nel proprio mondo (autocompreso come il mondo della verità). Agisce la paura di incontrare davvero gli altri, nella loro alterità. Si assumono atteggiamenti di giudizio, unilaterali, in fondo difensivi, che allontanano le persone. Alcune comunità parrocchiali e alcune opere gestite da religiosi sono troppo condizionate dalle mentalità ristrette delle loro guide. Le persone che non rientrano nei loro schemi mentali non hanno spazio”[1].

Papa Francesco precisa che: «Non c’è bisogno di essere chierici, per essere clericali. Esiste un clericalismo che si manifesta nelle persone che vivono con atteggiamenti da “segregati”, con la puzza sotto il naso, segregati male. Sono quelli che vivono una specie di atteggiamento aristocratico, elitario rispetto agli altri. Il clericalismo è un’aristocrazia. Non si è clericali per il fatto di celebrare messe, ma perché si crede di appartenere a tale aristocrazia. Ciò si manifesta negli atteggiamenti: sembra che uno sia sempre al di sopra di tutto il resto del santo popolo fedele di Dio»[2].

 


[1] S. Currò, Malattie ecclesiali, Una diagnosi a partire da alcuni vissuti di vita consacrata, in: Rivista del Clero Italiano, Vita e Pensiero, Milano, n. 1° gennaio 2025 p. 73

[2] Papa Francesco, intervistato da padre F. PRADO, La forza della vocazione, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2018