Nell'Antico Testamento: L'immagine ha radici antiche, citata già nel libro dei Numeri (27,17) (quando Mosè chiede a Dio un successore per il popolo) e nei profeti come Ezechiele, che criticava i capi d'Israele per aver abbandonato il popolo. [1, 2, 3, 4, 5]
I discepoli ritornati dalla missione meritano di essere chiamati “inviati”, “missionari”, per questo Marco li definisce “apostoli” (apóstoloi): discepoli di Gesù diventati suoi inviati.
Tornano dunque da Gesù, colui che li aveva inviati e abilitati alla missione, tornano alla fonte, tornano a colui che li aveva chiamati “perché stessero con lui”, oltre che “per mandarli a predicare” (Mc 3,14). Essi “raccontano a Gesù tutto quello che avevano fatto e insegnato”: azioni e parole che erano state comandate da Gesù, ma che soprattutto gli apostoli avevano imparato ad assumere stando con lui, coinvolti nella sua vita, vivendo con lui, il loro rabbi, maestro e profeta. Sappiamo di che cosa fosse fatto questo loro servizio: l’annuncio del Regno di Dio veniente, della necessaria conversione, e una prassi di umanità autentica che si manifestava nell’incontrare le persone, nell’accoglierle, nel dare loro fiducia risvegliando la loro fede, nello sperare insieme a loro, nel liberarle, per quanto possibile, da oppressioni diverse dovute alla presenza del Male operante nel mondo. Marco non dice che gli inviati hanno fatto cose straordinarie, miracoli, perché ciò che era sufficiente l’hanno eseguito in obbedienza al mandato di Gesù.
Ecco dunque i discepoli-apostoli riuniti intorno a Gesù, che da autentico pastore della sua comunità ascolta ciò che essi hanno vissuto e sperimentato nella missione. Vi è un vero dialogo tra Gesù e gli inviati (descritto più diffusamente in Lc 10,17-20 17I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: "Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome". 18Egli disse loro: "Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli".), nel quale vengono evidenziate fatiche e gioie, risultati e fallimenti di quella missione in Galilea anticipatrice della missione a tutte le genti da parte di coloro che Gesù risorto invierà.
Marco annota che, con l’incessante andirivieni delle persone, Gesù e i Dodici non avevano neppure il tempo di “mangiare”. La situazione non è equilibrata e lo stress eccessivo può far male anche ai più ardenti missionari. Il burnout è dietro l’angolo. Occorre il tempo del recupero delle energie fisiche, psichiche e spirituali. Fa bene fermarsi un po’, rielaborare percorsi, idee, prospettive.
Gli apostoli sono stanchi, e Gesù, che è stato raggiunto dalla notizia della decapitazione di Giovanni, il suo rabbi, nella sua tristezza decide di prendere le distanze dalla predicazione che lo impegnava e lo affaticava. Dice dunque ai Dodici: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto e riposatevi un po’”. Gesù li chiama ancora una volta a seguirlo, a “stare con lui”, per condividere con lui la preghiera al Padre, per approfondire la vocazione e la missione, per riposarsi.
“Venite in disparte…”, stando al testo greco, è in realtà l’invito a rientrare in se stessi, a stare presso di sé. Gesù, abile pedagogo, li vuole portare a riconoscere la necessità di ritrovare il centro del loro cuore, del loro agire, a non essere riempiti solo del successo esteriore, ma a dissetarsi alla fonte dell’acqua viva che è lui stesso.
Deve ancora ammaestrare i suoi affinché imparino a non lasciarsi abbagliare, né incantare da un apparente successo immediato.
È un invito pieno di tenerezza, di sollecitudine per i discepoli, ma anche per Gesù è una necessità: egli deve fare discernimento sulla sua missione, soprattutto ora che Giovanni il Battista, con la morte violenta subita, diventa precursore anche del suo futuro.
Marco annota anche che quanti cercavano Gesù e venivano da lui erano talmente numerosi che i discepoli, impegnati nell’organizzare questi incontri personali con Gesù, non avevano neppure il tempo di preparare da mangiare e di mangiare. Sì, anche per Gesù, come per ciascuno di noi, occorre a volte avere il coraggio e la forza di prendere le distanze da ciò che si fa, occorre uscire dall’agitazione delle moltitudini, dal rumore delle folle, da quel turbinio di occupazioni che rischiano di travolgerci. Lavorare, impegnarsi seriamente con tutta la propria persona è necessario ed è umano, ma lo è altrettanto la dimensione della solitudine, del silenzio, della quiete e trovare un “luogo deserto”, uno spazio solitario in cui pensare, meditare, ascoltando il silenzio, il nostro cuore, la voce di Dio che cerca di parlarci nel nostro intimo più profondo. Senza ottemperare a questa esigenza, si cade nella superficialità, ci si disperde, si finisce per vivere senza sapere dove si va.
Li raccoglie per condurli in un luogo deserto. Ma la folla, ci dice Marco, capisce. Probabilmente intuisce la meta, e precede il piccolo gruppo. Ma forse c’è qualcosa di più: l’attesa che anima il popolo riguarda anche un messia potente, che finalmente libera dall’oppressore. La folla, dopo aver visto tanti segni, non vuole lasciarsi sfuggire tale messia, e lo insegue, lo precede, lo raggiunge, per prendere parte alla riorganizzazione di Israele, per seguire un tale capo. Un popolo che viene in Chiesa… ma non per la fede e la chiesa!!”
Ma questo tentativo di sfuggire alla folla e di trovare solitudine e riposo fallisce: la folla che da giorni segue Gesù prevede le sue mosse e a piedi raggiunge prima di lui quella riva deserta del lago.
Appena “uscito dalla barca” Gesù vide molta folla. È Gesù il protagonista della scena. Solo di lui si dice che sbarca e vede immediatamente la gente numerosa accalcata. Non può non vedere. Non può e non vuole girarsi dall’altra parte. Avrebbe potuto anche far cambiare rotta alla barca finché era in tempo.
Gesù allora, sbarcando, la vede e la osserva con attenzione: non è preso dalla soddisfazione del successo, del fatto che tanta gente lo cerca e lo trova, né dal fastidio di essere disturbato nel suo intento di stare un po’ in disparte e riposarsi coi suoi discepoli, ma è mosso a viscerale compassione (verbo splanchnízo).
36: sentì compassione: esplaghchnísthe. Il gr. splagchna traduce il termine ebraico rahamim, viscere di misericordia. Un altro termine greco usato è éleos, che traduce l’ebr. hesed. Entrambi i termini esprimono l’amore di Dio. Rahamìm, viscere, è il plurale di rehém utero. Esprime l’amore nel suo aspetto materno di prendersi cura di ciò che è piccolo per portarlo a compimento; è slancio materno e paterno. Hésed esprime la decisione incrollabile di amare, perciò può essere anche tradotto con fedeltà e va spesso di pari passo con ‘emet, verità.
Le sue viscere si commuovono come quelle di Dio nei confronti del suo popolo oppresso (cf. Os 11,8 Come potrei abbandonarti, Èfraim, come consegnarti ad altri, Israele? Come potrei trattarti al pari di Adma, ridurti allo stato di Seboìm? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione); egli si commuove e soffre con un fremito causato solo dall’amore verso quella gente. Sì, è gente incredula, che cerca Gesù con ambiguità e interessi non trasparenti, ma per Gesù merita compassione. Sono “pecore senza pastore”, non hanno nessuno che dia loro da mangiare cibo, nessuno che si prenda cura di loro, nessuno che rivolga loro la parola per sostenerli nel duro mestiere di vivere e nessuno che li sostenga nei loro dubbi e contraddizioni. Sono come pecore senza pastore, smarrite per le strade della vita. Inseguono un ideale di liberazione politica, economica, assetati di giustizia e di felicità, e sono anche loro, soprattutto loro, ad aver bisogno di essere ricondotti “presso di sé”, di scoprire nel loro cuore la ricerca e la sete della vera libertà, della vera giustizia, della vera felicità.
“Erano pecore senza pastore”. Non avevano pastori, né buoni né cattivi. Abbandonati a se stessi, e quindi pascolati da pessimi pastori. Non guidati, non nutriti, non protetti, non radunati, non ricercati nel momento della debolezza e dello smarrimento della pista giusta, non fatti tornare a casa sani e salvi.
Gesù si intenerisce e rivive la compassione di Mosè quando vede il suo popolo senza pastore (cf. Nm 27,15-17 15Mosè disse al Signore: 16"Il Signore, il Dio della vita di ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo 17che li preceda nell'uscire e nel tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore".) e la compassione dei profeti che soffrono al vedere il popolo di Dio disperso e oppresso dai cattivi pastori (cf. 1Re 22,17; Ez 34,5; Zc 10,3-12).
La reazione di Gesù non è di giudizio, neppure di condanna e di rifiuto verso questa folla che lo disturba nella sua giusta esigenza di riposo, di questa folla che ricorre a lui spesso per un interesse personale, di una folla che probabilmente ha capito poco di Gesù. Non c’è avversione ma profonda tenerezza verso la fragilità umana.
Vorrei leggere in questa folla che è come pecore senza pastore, la realtà che oggi stiamo vivendo. Quella realtà che chiamiamo fine della Cristianità, la secolarizzazione.
Viviamo in un cambio di epoca che ci lascia smarriti e di cui, inevitabilmente dobbiamo prendere coscienza. Ma un cambio di epoca che ci spinge ad interrogarci anche con quali sentimenti lo stiamo vivendo: smarrimento, rabbia, negazione, chiusura nel rimpianto del mondo passato, lamentela, cinismo, pessimismo…. Ciascuno dedichi un momento della riflessione personale a questo. Gesù ha compassione e se ne prende pensiero riconosce in qualche modo che le pecore non hanno molta colpa, che hanno bisogno di lui ora più di prima.
Ritrovo qui qualcosa dell’esperienza di Geremia. Il grande grido, con cui il profeta Geremia annunciava ai credenti del suo tempo il cambiamento radicale che si prospettava per il suo popolo, era “Gerusalemme è caduta”. Ma gli abitanti di Gerusalemme non gli credettero e soprattutto non colsero la portata storica e le conseguenze per la loro vita di fede di questo tragico evento. La stessa situazione sta succedendo a noi, la storia ci sta annunciando che “la cristianità è finita” e con essa tutto quel modo di vivere cristiano che fino all’altro giorno sembrava segnare la storia degli uomini. La storia ce lo grida, ma noi facciamo fatica a sentirlo e ad accettarlo.
Adrien Candiard, un domenicano che vive al Cairo, non si stanca di dire: “La cristianità è morta, davvero morta. […] noi credevamo che questo sogno fosse la volontà di Dio e che potevamo viverlo al suo passo con cuore fiducioso. Ed ecco che si è fermato. Ecco che la società si scristianizza, che la Chiesa non è più al centro del paese, che la nostra morale non è più la morale comune: la nostra Gerusalemme è caduta”[1] E riferendosi all’esperienza di Geremia ci ricorda: “L’esempio di Geremia ci mostra come la vera speranza non abbia niente a che fare con l’ottimismo. Per difendere l’autentica speranza, Geremia non ha cessato di subire la persecuzione di coloro che se ne facevano i campioni, di quanti dicevano: “non abbiate paura, andrà tutto bene!” – mentre il profeta annunciava disgrazie su disgrazie. La speranza cristiana non richiede ottimismo, richiede coraggio. […] Alla speranza è necessario il coraggio perché, per poter sperare, sperare veramente, bisogna accettare di rinunciare all’illusione, alle false speranze”[2]. Compresa quella di credere che tutto è come un tempo e che tutto ritornerà come prima, che il tempo della cristianità è ancora attuale e che ritornerà con forza con le stesse modalità del passato.
Candiard approfondisce e specifica meglio questo aspetto: “Quando il mondo attorno a noi ci fa paura, la speranza cristiana non ci dice di stare lì a piagnucolare perché tutto va male, e neanche a sorridere stupidamente perché tutto andrà comunque bene; non ci invita ad aspettare che Dio distrugga questo mondo per farne un altro. Ci pone una domanda molto semplice: come fare di tutto questo un’occasione per amare di più”[3].
Talvolta ho l’impressione che siamo ad uno stadio precedente: non abbiamo neanche troppo iniziato a piagnucolare, forse qualcuno sorride stupidamente nell’illusione che tutto andrà bene.
Gesù, nel Vangelo, pone una domanda molto inquietante, domanda che forse anche alcuni di noi, vista la situazione, si rivolgono: “Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?" (Lc 18,8b). Gesù pone la terribile domanda dopo che aveva parlato della necessità di pregare senza scoraggiarsi e, dopo averci assicurato che il Signore verrà a salvarci. Da parte di Dio c'è la garanzia e la promessa di un intervento liberatore e salvifico nonostante l'evidente silenzio o ritardo. “La salvezza non viene perché non è invocata. Il Salvatore tarda a venire solo perché non è desiderato, Egli pazienta con noi e rinvia il suo ritorno, solo perché noi siamo indifferenti a Lui. Per questo bisogna pregare senza stancarsi. L’invocazione “Venga il tuo Regno” è il cuore della preghiera di Gesù […] L'uomo non può produrre il Regno che è dono di Dio, può soltanto accoglierlo. E lo accoglie solo se lo attende, e lo attende solo se lo desidera. L’invocazione dell’uomo permette a Dio di venire, e venire accolto”[4]
Certo che il Signore verrà, e verrà, perché ci sarà la fede, una fede piena di desiderio che si fa preghiera incessante e confida nel Signore, nonostante tutte le possibili apparenze contrarie. Una fede che nelle difficoltà e nelle persecuzioni, diventa fedeltà e coraggio nel testimoniare davanti agli uomini, una fede che non conosce depressioni e scoraggiamenti.
Il fatto di diventare minoranza ci spinge a tenere sempre più vivo e bruciante il desiderio del Signore e della venuta del suo Regno. Essere minoranza non comporta dunque la ricerca di un nuovo posizionamento sociale per sopravvivere in mezzo ad un “mondo ostile e indifferente”; tuttavia è una situazione di fede da vivere, una fede che siamo chiamati ad alimentare e sostenere con maggior impegno e serietà, andando all’essenziale, facendo della sua Parola i nostri pensieri e i nostri desideri, ancorandoci sempre di più a Cristo, coltivando il desiderio del Signore. Accettiamo che esso bruci i nostri cuori e crei in noi un ardore nuovo per divulgarlo a chi non lo conosce e a chi non lo vuole conoscere. E tutto questo senza la preghiera, che è esperienza di intimità con il Signore, non potrà accadere.
Non resta dunque a Gesù che farsi “pastore buono” (Gv 10,11.14) di quella folla: obbedisce puntualmente e fa ciò che Dio, il Padre suo, vuole che lui faccia a suo nome, quale Figlio inviato nel mondo. Gesù, dunque, legge la fame di quella gente, fame di cui forse non sono pienamente coscienti, fame della Parola: vogliono che Gesù insegni, cioè “parli loro la Parola”, come Marco dice altrove (cf. Mc 2,2; 4,33). Ciò che è decisivo è che Gesù sia presente e parli, perché lui è la Parola di Dio (cf. Gv 1,1.14). Gesù lo fa lungamente, come stando sotto un giogo: il giogo della misericordia che lo spinge a questa compassione, a questa fatica, a questa parola indirizzata a quanti suscitano in lui sentimenti di tenerezza. Aveva avuto misericordia degli apostoli ritornati stanchi e li aveva chiamati al riposo, e ora ha misericordia delle folle e interrompe il proprio riposo. Solo la compassione misericordiosa lo guidava e ne determinava il comportamento e le azioni durante la sua itineranza. La folla che impedisce a Gesù di realizzare il suo progetto buono e urgente di riposo necessario non causa in lui fastidio, reazioni di impazienza, ma gli fornisce un’occasione per partecipare ai sentimenti di Dio che ha compassione del suo popolo privo di pastori. (E. Bianchi)
Prima di dare il pane Gesù dà la Parola, per saziare gli uomini e le donne che lo seguono. Ma presto darà anche il pane, perché la sua tenerezza non riguarda solo la loro sete di Parola ma anche la loro fame di pane.
L’immagine con cui si conclude il brano di oggi e che rimane nel nostro cuore è quella di Gesù che parla, circondato dai suoi e dalle folle rapiti dalle sue parole, dalla sua persona, in ascolto attento mentre quelle parole scendono nel cuore e lo muovono, lo rimettono in cammino, lo fanno battere al ritmo del cuore di Dio. Tutto il resto scompare, le preoccupazioni, le paure, i problemi, il dolore, tutto è illuminato dalla Parola che, con il timbro della voce di Gesù (ci pensate mai? Come sarà stata la voce di Gesù?) raggiunge le profondità del cuore per portarvi la certezza dell’amore di Dio, per instillarlo goccia a goccia, nelle pieghe più recondite del cuore.
In SINTESI:
Gesù ci chiama in disparte “per stare con Lui” (Come nella prima chiamata) e ritrovare il centro/cuore della propria vita
Per rivedere:
- Per che cosa la gente ci cerca?
- Capire quali sono i nostri sentimenti verso un mondo cambiato, una folla disinteressata a Gesù (Rabbia, delusione, smarrimento, fuga, rimpianto del passato?)
- Comprendere che sono folle senza pastore e averne compassione
- Guardare alle richieste vere e profonde e riscoprire la gioia di donare il pane vero della vita, il pane della Parola.
Ribadito questo, riprendo un concetto che ho trovato pieno di prospettive future, ed è il concetto di “restanza”[5] ”, da intendere come assunzione consapevole della responsabilità dei luoghi in cui si abita: “là dove si è rimasti bisogna cercare di costruire e di immaginare una nuova vita. non possiamo limitarci solo a contare i morti, non possiamo farci inghiottire dalle ombre e dai fantasmi del passato (…). Il nostro compito è anche accogliere la vita che arriva, ricevere quelli che tornano, provare a sostenere quanti non vorrebbero partire (…), sperando che anche questo possa servire a costruire nuova comunità”. La cura della natura e delle relazioni, la resistenza ai fenomeni di devastazione dei luoghi e di desertificazione sociale, rappresentano atti politici e, al tempo stesso, pastorali. Per dirla ancora con Teti, “riabitare i paesi interni, riabitare la montagna, guardare al centro dalla prospettiva inedita e umanissima della periferia, mi sembra possa essere una delle vie di salvezza per l’intero sistema-Paese. (…) Il mio non è un elogio del restare come forma inerziale di nostalgia regressiva, non è un invito all’immobilismo, ma è solo il tentativo di problematizzare e storicizzare le immagini-pensiero del rimanere come nucleo fondativo di nuovi progetti, di nuove aspirazioni, di nuove rivendicazioni”.
La «restanza» è un fenomeno del presente che riguarda la necessità, il desiderio, la volontà di generare un nuovo senso dei luoghi, non è una scelta di comodo o attesa di qualcosa, né apatia, né vocazione a contemplare la fine dei luoghi, ma è un processo
“Restanza significa sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente”.
Leggere Giudici 6,33-7,8.16-22 “Gedeone vince con un piccolo esercito” … La tentazione del numero: il tempo in cui il Signore ci dice di non dimenticare che è Lui che salva e vince, non siamo noi perché in tanti.
Così la tentazione del censimento: siamo in tanti, sono bravo, siamo in pochi non capiscono. Vedi il censimento di Davide 1Cr 21,1-8
